Spazio Sociale Libera

[Articolo originariamente apparso sul numero 10 della Locomotiva, col titolo Una storia vera: Libera è inarrestabile]
C’era una volta un ampio lotto di terreno ad uso agricolo a Marzaglia, in provincia di Modena. Tale terreno era stato lasciato in eredità all’Opera Pia Levizzani (i cui presidenti erano il Vescovo e il sindaco di Modena), a patto che il ricavato agricolo sarebbe stato utilizzato per opere di beneficenza. A metà degli anni ’60 tuttavia la Curia iniziò a sfrattare gli affittuari delle case coloniche site in quel lotto di terreno, e nel 1971 ne cedette 103 ettari al Comune di Modena per la realizzazione di un progetto sportivo, ludico e ricreativo, un autodromo. E già all’inizio della nostra storia le cose iniziano a scricchiolare: il terreno non è più agricolo, i contadini sono stati scacciati e il Comune di Modena (che visti i vincoli che legavano il terreno non poteva realmente acquistarlo) si era impegnato a pagare alla Curia una rendita agraria perpetua per l’utilizzo del terreno, e allo stesso tempo si era visto “costretto” a cambiare la destinazione urbanistica del lotto interessato (da uso agricolo a zona per attrezzature generali). Inizialmente il Vescovo si era opposto all’approvazione del progetto, dal momento che non rispettava i vincoli imposti dall’eredità; tuttavia il sindaco, anche lui presidente dell’ente benefico e che proprio per questo avrebbe dovuto astenersi dalla decisione per conflitto d’interessi, diede parere positivo e il progetto venne approvato (a questo punto la Curia avrebbe potuto opporsi a questa decisione e impugnarla in tribunale, in quanto non aveva nessuna validità legale, ma non lo fece).
Ma in Italia si sa, i tempi sono lunghi, e nel 1974 invece che iniziare i lavori per l’autodromo si decise per una “riqualificazione” dell’area tramite l’impianto di un bosco artificiale (creato dall’uomo, certo, ma abitato da piante vere e popolato da animali in carne e ossa). Il bosco di Marzaglia era un progetto sperimentale, approvato dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste all’interno del Piano integrato mediterraneo promosso dalla Comunità europea. Comunità europea che finanziò anche parte del progetto, ponendo però un vincolo all’autorizzazione e al finanziamento: il bosco doveva essere perpetuo, il che vuol dire essere salvaguardato per almeno 100 anni. Fu così che il nostro terreno si affacciò alla soglia degli anni ’90, iniziando ad accusare i primi danni: si decise infatti che quello era il luogo ideale per realizzare delle cave di ghiaia (destinate in parte a nutrire le linee dell’Alta Velocità) e in barba ai vincoli imposti dalla Comunità Europea i primi alberi di quel bosco che doveva essere perpetuo vennero tagliati.
È nel luglio del 2000 che un gruppo di uomini e donne decise di creare uno spazio libero e aperto alla comunità, occupando una di quelle vecchie case coloniche messe sotto sfratto dalla Curia negli anni ’60 (ricordate?). Quegli uomini e quelle donne erano anarchici e anarchiche, libertari e libertarie. Quegli uomini e quelle donne lavorarono incessantemente (e senza chiedere niente a nessuno) per rimettere in sesto quella vecchia casa che prima del loro arrivo, diciamocelo, cadeva un po’ a pezzi. Loro erano il Collettivo degli Agitati, e con i loro interventi la vecchia casa colonica divenne Libera. E Libera lo era in tutti i sensi: gli abitanti avevano creato pannelli solari e rimesso in funzione il pozzo per irrigare, avevano creato orti biologici, ma sopratutto avevano scelto di aprire le porte di questa realtà a tutti coloro che avessero avuto voglia di avvicinarsi. A Libera si organizzavano concerti e serate danzanti, ma anche dibattiti di attualità, sui diritti umani e sulla repressione; quelle vecchie mura erano rinate con la possibilità di ospitare mostre, performance artistiche, spettacoli teatrali, e chi si avvicinava capiva per davvero che l’autogestione era possibile.
Non c’erano autorità all’interno di questo spazio, nessuno guadagnava denaro in cambio del tempo che prestava all’organizzazione delle iniziative o alla ristrutturazione dello stabile. Semplicemente (e magicamente) persone unite dall’intento comune di sperimentare una realtà diversa erano riuscite a creare un “mondo altro”, libero dalle logiche di mercificazione e consumo che troppo spesso caratterizzano i non-luoghi in cui ci troviamo a vivere.
Come se non bastasse, dal 2002 in poi non si poteva nemmeno più parlare di illegalità, dal momento che le utenze venivano regolarmente pagate e che il Comune di Modena aveva concesso al Collettivo degli Agitati l’utilizzo dello spazio (delibera di G.C. n. 898/2002, accordo “tacitamente rinnovabile con decorrenza dalla data in cui diventa esecutiva la presente deliberazione”, cioè a novembre di ogni anno).
Ma, e questo è un grosso ma, Fato (o interesse economico) vollero che il Comune si fosse già impegnato da tempo a concedere una parte di quel terreno a una società privata, Vintage Srl. Dopo un accordo preliminare del 1990 (mai portato a termine) e in seguito a una causa intentata al Comune dalla suddetta società nel 1994 per l’inadempienza all’accordo stipulato, nel 2002 i grandi uomini del potere finalmente si misero d’accordo. Parte dell’area sarebbe stata utilizzata per la costruzione di un autodromo, pardon, Centro Guida Sicura, di cui la ridente città di Modena non poteva assolutamente fare a meno.
Congiunte le forze dell’allora sindaco Giuliano Barbolini e dell’assessore all’urbanistica, Daniele Sitta, il progetto venne presentato ufficialmente alla città nel 2003. A questo punto la questione inizia a farsi ancora più interessante in quanto la Vintage avrebbe dovuto utilizzare, per la costruzione dell’autodromo, il progetto elaborato da un’altra società, questa volta una società mista pubblico-privata, la Democenter (questa decisione non fu presa con una delibera di giunta ma grazie ad una telefonata di Barbolini, e già questo in un paese civile sarebbe stato considerato inconcepibile). E chi avrebbe mai potuto essere il presidente della Democenter, se non il caro assessore Sitta? Oltretutto l’accordo che legava il comune alla società Vintage non prevedeva una vendita, ma una concessione d’uso: ovvero Vintage si impegnava a costruire il complesso Guida Sicura e allo stesso tempo ne avrebbe intascato tutti i futuri proventi, mentre il comune otteneva dalla società solamente il pagamento di un canone annuo. E non so perché ma ho come l’impressione che quando il periodo di anni della concessione volgerà al termine il Comune si ritroverà ad avere in mano un impianto vecchio, obsoleto e decadente. Come dire, oltre al danno la beffa. Vogliamo scommettere?
Al di là della quanto meno opinabile idea che un autodromo (pardon, Centro Guida Sicura per Ferrari a noleggio) potesse essere di una qualche utilità e preferibile ad un’area verde, al di là del fatto che il progetto si ostinava a proporre e perpetuare uno stile di vita basato sulla potenza, la mercificazione e un’economia che deve poter girare a discapito di tutto il resto, il progetto vedeva la luce perdendo acqua da tutte le parti. Per prima cosa la destinazione d’uso del terreno dovette di nuovo essere modificata, per rendere edificabile una zona che inizialmente non lo era affatto. Come se non bastasse, quell’area doveva essere pubblica, e possono raccontarcela finché vogliono, ma una pista prove a pagamento di certo non è ad uso pubblico. E non solo di un’innocua pista prove stiamo parlando, in quanto la società Vintage ottenne dal Comune il via libera a costruire un vero e proprio parco giochi per adulti, con tanto di hotel, ristoranti, negozi e concessionarie (il progetto prevedeva anche un didattico museo dell’automobile; stiamo parlando di sicurezza stradale ed educazione dei giovani, mica fuffa). E mettiamoci anche un bel “chissene frega” delle falde acquifere (la valutazione di rischio si limitava stranamente a consigliare attenzione durante lo svolgimento dei lavori, in quanto avrebbe potuto esserci il rischio di contaminazione delle acque di falda), freghiamocene dell’incongruenza di costruire un autodromo (perché di questo si tratta) di fronte a un’oasi naturalistica protetta e dell’ingiustizia di asportare parte di quel bosco perpetuo che nel frattempo era diventato corridoio ecologico per fare spazio all’assordante e cacofonico rombo dei motori, plaudiamo all’ignoranza che ancora una volta aveva preferito il progresso economico all’interesse archeologico dell’area (perché si, la zona in oggetto era anche caratterizzata dal ritrovamento di manufatti dell’età romana e dell’età del bronzo).
Nonostante i ricorsi e i comitati cittadini (ad aderire al Coordinamento contro la pista di Marzaglia furono in tanti: Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, Attac, Ekidna, Italia Nostra, LAV, Legambiente, Libera spazio sociale libertario anarchico, Modena por Cuba, Modena Social Forum, Rdb Cub Modena, Rete di Lilliput nodo di Modena, Rifondazione Comunista federazione di Modena, WWF, Verdi federazione di Modena, Unione Sindacale Italiana), nonostante i cortei da migliaia di persone promossi da Libera, i motori ruggenti erano destinati a schiacciare tutto.
Mentre le case coloniche nelle vicinanze di Libera venivano demolite lo spazio anarchico resisteva ancora, baluardo simbolico di una lotta ambientalista, importante non per le quattro mura che lo tenevano insieme ma per l’area verde che rappresentava e si ostinava a difendere. Nonostante la concessione d’uso dell’immobile scadesse a novembre (ricordate? Tacitamente rinnovabile al novembre di ogni anno, e non c’erano stati avvisi di recessione dell’accordo in tempi utili), l’8 agosto 2008 arrivò lo sgombero; che quindi a ben guardare e a voler essere pignoli fu illegale anche quello.
L’8 agosto 2008 fu una giornata interminabile, con gli abitanti di Libera arroccati sul tetto e centinaia di persone sedute sul viale d’accesso per impedire l’ingresso delle forze dell’ordine. Stiamo parlando di resistenza passiva, e nonostante questo ci furono cariche, manganellate, minacce e violenza.
Dopo dieci lunghissime ore lo stabile che aveva ospitato Libera per tanti anni era vuoto, e mentre chi si era opposto allo sgombero era ancora lì una palla demolitrice abbatté la vecchia casa colonica, con gli effetti personali degli abitanti ancora dentro (e anche qui, non so voi, ma ho come il dubbio che anche questo non sia stato proprio un atto legittimo).
Il resto è storia. La costruzione dell’autodromo procedette tra intoppi e ricorsi, tra permessi negati e permessi che non c’erano mai stati, tra certificazioni di sicurezza fasulle e politicanti indagati, prima per abuso d’ufficio (l’ex sindaco Giorgio Pighi, poi tolto dalla lista degli indagati) e tutt’ora per abuso edilizio (l’area di Marzaglia era destinata a verde pubblico o a uso pubblico, mentre con la costruzione dell’autodromo ha perso questa prerogativa; tutt’ora sono indagati due dirigenti dell’ufficio Pianificazione territoriale e il progettista della Vintage). Il progetto venne modificato in corso d’opera, le piste risultarono più lunghe di quello che dovevano essere e 85 ettari di terreno destinato a verde vennero cementificati.
Ora sono passati otto anni, ma a distanza di tutto questo tempo Libera non dimentica lo scempio che è stato fatto di un’area che doveva essere verde e pubblica, ma che è diventata grigia e di pochi; Libera non dimentica una lotta ambientalista ed ecologista che è stata di molti. Ancora una volta vogliamo ribadire che tutto questo non è giusto, che è solo l’ennesimo esempio di un’opera edilizia italiana DOC, inutile e marcia dall’inizio alla fine, con politici indagati e i soliti ignoti dei piani alti che sono gli unici a guadagnarci qualcosa.

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